Il nostro primo safari in Africa

Nel 2019 il Sudafrica era soltanto una destinazione sulla mappa.

Non conoscevamo il Kruger National Park, non avevamo mai fatto un safari e stavamo organizzando il nostro primo grande viaggio completamente da soli.

Ricordo ancora le serate passate davanti al computer insieme a Chanty. Cercavamo idee, leggevamo racconti di viaggio e immaginavamo la nostra prossima avventura.

Questa volta volevamo qualcosa di diverso.

Qualcosa che ci facesse uscire dalla nostra zona di comfort.

Qualcosa che assomigliasse davvero a un'avventura.

Per Chanty viaggiare era già qualcosa di naturale. Io invece avevo viaggiato molto meno e, fino a quel momento, non avevo mai affrontato un'esperienza come quella che stavamo per vivere.

Eppure la curiosità c'era sempre stata.

Quando guardo le fotografie di quando ero bambino, ho quasi sempre una macchina fotografica al collo. Ancora non lo sapevo, ma la voglia di scoprire il mondo e conservare i ricordi attraverso le immagini era già lì.

Più leggevamo e più il Sudafrica sembrava la scelta giusta.

Prenotammo il volo.

Noleggiammo un'auto.

Costruimmo il viaggio pezzo dopo pezzo.

E senza rendercene conto stavamo preparando uno dei viaggi più importanti della nostra vita.

Il viaggio verso il Kruger

Ricordo ancora la sensazione di quando siamo atterrati a Johannesburg.

Prima di partire avevamo ricevuto mille raccomandazioni.

"Fate attenzione."

"Non fermatevi."

"Johannesburg è pericolosa."

Più si avvicinava la partenza e più cresceva un misto di entusiasmo e preoccupazione.

Poi arrivò il momento.

Ritirammo l'auto a noleggio.

Uscimmo dall'aeroporto.

E ci mettemmo in viaggio verso il Kruger National Park.

A dire la verità eravamo piuttosto nervosi.

Durante le prime soste nelle stazioni di servizio osservavamo tutto con attenzione. Ci sentivamo lontani da casa e completamente fuori dalla nostra zona di comfort.

Poi, chilometro dopo chilometro, iniziammo a rilassarci.

Le persone che incontravamo erano gentili, sorridenti e disponibili.

Certo, come in ogni viaggio bisogna usare il buon senso e prestare attenzione a ciò che ci circonda. Ma quella paura iniziale iniziò lentamente a lasciare spazio all'entusiasmo.

E più ci avvicinavamo al Kruger, più cresceva l'emozione.

Cominciammo a vedere i primi cartelli che segnalavano l'attraversamento di elefanti e ippopotami.

Passammo accanto a diverse riserve private.

Vedemmo i primi facoceri.

E senza nemmeno rendercene conto iniziammo già a cercare animali tra gli alberi e nella boscaglia.

Procedevamo più lentamente del necessario.

Guardavamo ovunque.

Ci emozionavamo per ogni movimento.

In realtà il nostro safari era già iniziato molto prima di attraversare il cancello del parco.

Dove tutto è cominciato

Cena nella Savana

Non sapendo praticamente nulla del Kruger, avevamo scelto di soggiornare in un piccolo alloggio gestito da una coppia di italiani a Phalaborwa.

Fu una decisione importante.

Sapere che ci sarebbe stato qualcuno con cui parlare nella nostra lingua ci faceva sentire più tranquilli.

Furono gentilissimi fin dal primo momento.

Ci aiutarono a organizzare alcune attività e a pianificare i nostri primi safari.

Per noi era tutto nuovo.

Ogni giornata sembrava un'avventura.

Tra i safari guidati, una notte nella savana attorno al fuoco, una gita in barca al tramonto, la visita a una scuola locale e a un villaggio della zona, stavamo scoprendo un'Africa che non avevamo mai immaginato.

Il primo ruggito

La mattina del nostro primo safari eravamo emozionati come bambini.

Ci trovavamo all'ingresso del parco mentre la guida completava le formalità necessarie per entrare.

Poi successe qualcosa che non dimenticherò mai.

Un ruggito.

Poi un altro.

Io e Chanty ci guardammo immediatamente.

Avevamo sentito i leoni nei documentari per tutta la vita.

Ma sentirli davvero era completamente diverso.

Quando la guida tornò gli chiedemmo da dove arrivasse quel suono.

La sua risposta ci lasciò senza parole.

"Circa due o tre chilometri da qui."

Ci sembrava impossibile.

Per noi era come se il leone fosse dietro il cespuglio accanto alla jeep.

Non eravamo ancora entrati nel Kruger National Park.

Eppure l'Africa aveva già iniziato a farsi sentire.

Il ghepardo che nessuno si aspettava

Ghepardo sulla strada tra Letaba e s69

Il nostro primo game drive ci regalò un incontro che ancora oggi ricordiamo perfettamente.

Eravamo da soli con la guida.

La luce del mattino era splendida.

A un certo punto Chanty notò in lontananza un grande felino.

Era convinta che fosse un ghepardo.

La guida però non era d'accordo.

Continuava a ripetere che in quella zona sarebbe stato molto più probabile vedere un leopardo.

Noi insistevamo.

Lui era scettico.

Alla fine aveva ragione Chanty.

Era davvero un ghepardo.

Uno degli animali più difficili da avvistare nel Kruger.

Il primo giorno.

Nel nostro primo safari.

Ricordo ancora la sorpresa della guida.

E ricordo perfettamente l'emozione che provammo in quel momento.

Poco dopo arrivarono anche i primi leoni.

I primi elefanti.

I primi grandi incontri della nostra vita africana.

La rincorsa al leopardo

Nei giorni successivi continuammo a esplorare il parco.

Gli avvistamenti erano straordinari.

Avevamo già visto quattro dei Big Five.

Ci mancava soltanto il leopardo.

E più passavano i giorni, più sembrava voler giocare a nascondino con noi.

Lo mancavamo per pochi minuti.

Qualcuno ci diceva che era appena passato.

Sentivamo richiami nella boscaglia.

Arrivavamo sempre un attimo troppo tardi.

Sembrava quasi che il Kruger si stesse divertendo.

Nel frattempo vedevamo tantissimi animali.

Eppure il pensiero tornava sempre lì.

Al leopardo.

Cinquecento metri prima dell'uscita

Riesci a vedere il leopardo?

Arrivò così l'ultimo giorno.

Dopo il safari avremmo preso il volo per le Mauritius.

Ci svegliammo nel cuore della notte.

Entrammo nel parco prima dell'alba.

Passammo ore a guidare.

Nulla.

Sempre bellissimo.

Ma niente leopardo.

Ormai avevamo accettato l'idea che sarebbe stato per la prossima volta.

Mancavano pochi chilometri al Paul Kruger Gate.

Poi arrivammo su un ponte dove erano ferme una ventina di auto.

Chiedemmo cosa stessero osservando.

"There's a leopard in the tree."

L'adrenalina esplose all'improvviso.

Guardammo ovunque.

Non riuscivamo a trovarlo.

Poi una signora bussò al nostro finestrino e ci indicò la sponda opposta del fiume.

E finalmente lo vedemmo.

Dormiva su un ramo.

A circa sessanta metri da noi.

Non riuscimmo a fotografarlo bene.

La nostra piccola fotocamera compatta non era all'altezza della situazione.

Ma non importava.

Eravamo lì.

Lo stavamo osservando con i nostri occhi.

Avevamo completato i Big Five nel nostro primo safari africano.

Ci manca già

Tramonto Mauritius

Qualche giorno dopo eravamo alle Mauritius.

Spiagge bianche.

Mare cristallino.

Relax.

Tutto bellissimo.

Eppure, dopo appena due o tre giorni, io e Chanty ci guardammo e dicemmo quasi contemporaneamente la stessa cosa.

"Ci manca il safari."

Era una sensazione strana.

Avevamo appena lasciato uno dei luoghi più belli che avessimo mai visitato e già sentivamo nostalgia delle strade polverose del Kruger.

Probabilmente fu in quel momento che capimmo che l'Africa ci aveva lasciato qualcosa di speciale.

Non sapevamo che saremmo tornati ancora e ancora.

Non sapevamo che la fotografia sarebbe diventata una parte così importante delle nostre vite.

Non sapevamo che quel viaggio avrebbe cambiato il nostro modo di vedere il mondo.

Sapevamo soltanto una cosa.

Quel primo safari non sarebbe stato l'ultimo.

Chanty & Marco

Avanti
Avanti

Torniamo sempre negli stessi luoghi. Ma non troviamo mai la stessa Africa.