Quando la savana cambia ritmo: imparare a leggere una giornata di safari
La nostra guida continuava a osservare il cielo.
Era una delle nostre prime giornate di safari e da diverse ore la pioggia cadeva con sempre maggiore intensità. Il cielo era grigio, le nuvole sembravano non voler lasciare spazio alla luce e sul volto della guida iniziavamo a percepire una certa preoccupazione.
Quando le chiedemmo cosa ci fosse, ci spiegò che non era la pioggia in sé a preoccuparla, ma la possibilità che arrivassero acquazzoni ancora più forti.
Durante le precipitazioni intense molti animali tendono a ridurre gli spostamenti, a cercare riparo e a rimanere nascosti nella vegetazione. Questo può rendere gli avvistamenti più difficili e trasformare completamente il ritmo di una giornata di safari.
Ed effettivamente, per diverse ore, la savana sembrò quasi rallentare.
Una giornata apparentemente silenziosa
Non era completamente vuota.
Incontrammo alcuni elefanti e altri animali, ma non c’era quel continuo movimento che spesso si immagina prima di partire per un safari. Le strade erano bagnate, la visibilità non era sempre perfetta e molte zone sembravano immobili.
Quella situazione, però, ci costrinse a fare qualcosa che negli anni avremmo imparato a considerare fondamentale: rallentare.
Invece di correre alla ricerca del prossimo grande avvistamento, iniziammo a prestare attenzione ai dettagli. Fu così che notammo un bellissimo camaleonte sul bordo della strada, quasi completamente nascosto sotto un piccolo cespuglio.
Rimanemmo con lui per qualche minuto, osservandone i movimenti lenti e i colori. Probabilmente, durante una giornata più ricca di segnalazioni e predatori, avremmo dedicato a quella scena molto meno tempo.
Poco più tardi incontrammo anche un enorme branco di elefanti a nord di Letaba. Erano probabilmente un centinaio e attraversavano la strada uno dopo l’altro.
Vedere così tanti elefanti insieme non è affatto scontato. Fu senza dubbio il grande avvistamento di quella mattina, in una giornata che fino a quel momento ci era sembrata difficile.
Poi ci fermammo per la nostra pausa. Facemmo colazione mentre la pioggia continuava a cadere e, quando ripartimmo, qualcosa cominciò lentamente a cambiare.
Quando la pioggia smette
L’acquazzone finì.
La savana sembrò riaprirsi davanti a noi. Gli animali iniziarono a lasciare i ripari, sulle strade comparvero nuovi movimenti e improvvisamente tutto ciò che per ore era rimasto nascosto tornò a mostrarsi.
Fu allora che incontrammo un numeroso gruppo di cercopitechi.
Erano ancora bagnati e apparivano quasi buffi, con il pelo scuro e appesantito dall’acqua. Tra loro c’erano diversi piccoli, alcuni davvero minuscoli, aggrappati alle madri.
Una femmina si avvicinò a una pozzanghera che si era formata sulla strada. Sotto di lei era aggrappato un cucciolo piccolissimo, che la madre sosteneva con una mano.
Quando si chinò per bere, il piccolo rimase sospeso sotto il suo corpo e rivolse verso di noi due occhi enormi.
Eravamo a pochi metri di distanza.
Una madre cercopiteco beve da una pozzanghera mentre il piccolo resta aggrappato sotto di lei.
Fu un momento semplice, durato probabilmente pochissimo, ma ancora oggi lo ricordiamo come una delle scene più belle dei nostri primi safari. Riuscimmo anche a scattare una fotografia alla quale siamo tuttora molto legati.
Non era un leone. Non era un leopardo. Non era uno di quegli animali che normalmente vengono inseriti ai primi posti nella lista dei desideri.
Eppure fu uno degli incontri più importanti del viaggio.
Quella scena esisteva proprio grazie alla pioggia: la pozzanghera sulla strada, gli animali ancora bagnati, la madre che si fermava a bere e quel piccolo che ci osservava dal suo rifugio.
Una condizione inizialmente percepita come negativa aveva creato un momento che, durante una normale giornata asciutta, probabilmente non avremmo mai vissuto.
Quando il vento confonde la savana
Qualche tempo dopo, durante uno dei nostri primi safari in autonomia, ci trovammo davanti a una situazione diversa.
Nelle prime due ore incontrammo pochissimi animali. Non soltanto mancavano i predatori: anche le antilopi e gli erbivori che normalmente popolano le strade sembravano essere scomparsi.
La risposta era intorno a noi.
C’era molto vento.
Nelle giornate particolarmente ventose la savana può diventare più difficile da interpretare. L’erba e le foglie sono in continuo movimento, molti rumori vengono coperti e gli odori possono essere trasportati in maniera meno prevedibile.
Predatori e prede fanno maggiore fatica a comprendere con precisione ciò che sta accadendo intorno a loro. Alcuni animali diventano più guardinghi, riducono gli spostamenti oppure cercano zone maggiormente protette.
Non è una regola assoluta. La natura trova sempre il modo di contraddire qualsiasi previsione. Ma è una condizione che, con il tempo, abbiamo imparato a tenere in considerazione.
Anche quel giorno decidemmo di rallentare.
Fu così che incontrammo un gruppo di giraffe.
Ci fermammo a una distanza prudente, come facciamo sempre, lasciando agli animali lo spazio necessario per scegliere liberamente se allontanarsi, restare o avvicinarsi.
In questo caso furono loro a venirci incontro.
Una dopo l’altra, quattro o cinque giraffe iniziarono a camminare verso la nostra jeep. Per qualche istante ci sentimmo quasi intimoriti: una giraffa è un animale enorme e ritrovarsi circondati da più esemplari produce una sensazione difficile da spiegare.
Non avanzammo di un solo metro.
Furono loro a raggiungerci e a osservarci da vicino, curiose e tranquille. Per qualche minuto sembrò che fossimo diventati noi l’attrazione del loro safari.
Due giraffe ferme su una strada del Kruger durante una giornata di safari.
Non trovammo praticamente nessun predatore durante quella giornata. Forse vedemmo alcuni leoni molto distanti e nascosti nella vegetazione, ma niente di più.
Eppure l’incontro con quelle giraffe rimane ancora oggi il ricordo principale di quella giornata.
Ventiquattr’ore dopo, un’altra savana
Il giorno seguente il vento era calato.
La savana sembrava completamente diversa.
In poche ore incontrammo diversi branchi di leoni, un leopardo, un ghepardo e persino dei licaoni. Fu una di quelle giornate in cui sembra accadere tutto contemporaneamente.
Nel giro di ventiquattr’ore eravamo passati da un safari lento e apparentemente silenzioso a una giornata straordinariamente ricca di predatori.
Non perché la natura dovesse restituirci qualcosa.
La natura non compensa e non mantiene il conto degli animali che abbiamo visto. Ogni giornata possiede semplicemente un equilibrio diverso.
Il nostro compito non è pretendere che la savana rispetti le nostre aspettative. È imparare a riconoscere il ritmo che ci sta proponendo.
Il paesaggio racconta dove cercare
Con l’esperienza si impara anche a osservare il paesaggio in modo differente.
Non si cerca ogni animale nello stesso ambiente.
Quando attraversiamo una pianura aperta, con pochi alberi e una grande visibilità, sappiamo che quello può essere un habitat favorevole per il ghepardo. Lo spazio gli permette di individuare le prede e di sfruttare la sua straordinaria accelerazione durante la caccia.
Questo non significa che sia impossibile incontrarlo in zone maggiormente coperte, ma le aree aperte sono spesso un buon punto da cui iniziare la ricerca.
Quando invece seguiamo un corso d’acqua, attraversiamo il letto asciutto di un fiume oppure percorriamo una zona ricca di grandi alberi e vegetazione fitta, la nostra attenzione cambia.
Sono ambienti particolarmente adatti al leopardo: offrono copertura, presenza di prede e alberi sui quali riposare, osservare il territorio o mettere una carcassa al sicuro da altri predatori.
Leopardo nascosto nella vegetazione vicino a una zona umida nel Kruger.
Cercare un leopardo significa imparare a non aspettarsi sempre di vedere immediatamente l’intero animale. A volte il primo segnale è una coda che pende da un ramo, una zampa, un’ombra insolita o il comportamento improvvisamente nervoso di un’antilope.
Anche le condizioni climatiche possono modificare il modo di cercare.
Durante le ore più calde aumentiamo l’attenzione intorno all’acqua, all’ombra, alla vegetazione e ai letti dei fiumi. Dopo una pioggia osserviamo con maggiore attenzione gli animali che lasciano i ripari, attraversano le strade o si fermano a bere nelle nuove pozzanghere.
Non sono formule per garantire un avvistamento.
Sono possibilità.
L’esperienza non serve a controllare la natura
Più tempo trascorriamo nella savana, più comprendiamo che l’esperienza non permette di prevedere con certezza dove apparirà un animale.
Aiuta però a osservare meglio: capire dove potrebbe cercare riparo, dove si trova l’acqua, quale ambiente stiamo attraversando e perché alcune antilopi stanno improvvisamente guardando tutte nella stessa direzione.
Soprattutto, insegna a non considerare fallita una giornata soltanto perché non abbiamo trovato un leone o un leopardo.
È anche questo il modo in cui vogliamo vivere e condividere un safari durante i nostri viaggi: non soltanto cercare un animale, ma provare a comprendere perché si trova proprio lì, come si sta comportando e quali segnali ci hanno condotti fino a lui.
La savana non ci deve una giornata perfetta.
Possiamo soltanto concederle tempo, imparare a riconoscerne i segnali e accogliere ciò che decide di mostrarci.
A volte sarà un predatore.
Altre volte saranno gli occhi enormi di un piccolo cercopiteco aggrappato alla madre.
Ed è proprio allora che una giornata inizialmente difficile può diventare impossibile da dimenticare.